Il buco colpisce ancora.

ABBIAMO ASSISTITO DURANTE L’ULTIMO CONSIGLIO COMUNALE A UN FATTO DI PER SE’ IRRELAVANTE. SI E’ DECISO DI RINVIARE L’ESAME DELLE VARIANTI AL PIANO REGOLATORE GENERALE (PRG). TRA LE VARIANTI RICHIESTE ESISTE UN PROGETTO DI STRUTTURA TURISTICA ADIACENTE AD UNA CAVA (NON PIU’ IN UTILIZZO) APPARTENENTE ALLA ECOINERTI, DI CUI IL CONSIGLIERE COMUNALE DEL PDL, CORRADO QUARTARONE, E’ SOCIO.

QUESTO RINVIO DETERMINA UN RISCHIO: QUELLO CHE L’ITER PER UN’EVENTUALE DISCARICA POSSA ANDARE AVANTI.

NOI PENSIAMO CHE CI SIANO MOTIVI VALIDI PER RINVIARE LA DECISIONE SU QUESTE LOTTIZZAZIONI; PENSIAMO CHE LA STESSA FRETTA POTREBBE ESSERE USATA PER CHIEDERE LA BONIFICA DELLE CAVE.

COME ABBIAMO AMPIAMENTE SPIEGATO, SE LE CAVE RESTANO IN QUESTO STATO, E’ POSSIBILE CHE UNA DISCARICA POSSA NASCERE A PACHINO. VICEVERSA SE LE CAVE VENGONO BONIFICATE CON LA PIANTAMUZIONE DI BOSCHI, LA CREAZIONE DI OSTELLI E STRUTTURE SPORTIVE E RICREATIVE O QUALSIASI ALTRA AREA A FRUIBILITA’ PUBBLICA COSI (COME EMERGE DAL RAPPORTO “CAVE” PRESENTATO QUEST’ANNO DA LEGAMBIENTE), IL RISCHIO DISCARICA SARA’ UN RICORDO.

NON ABBIAMO AVUTO RISPOSTA. PERCHE’?

FORSE PERCHE’ ALL’INTERNO DEL CONSIGLIO COMUNALE, L’INFLUENZA E LA PRESSIONE DI ELOROCALCESTRUZZI-ECOINERTI E’ PESANTE?

PERCHE’ NON FATE UN CONSIGLIO COMUNALE NEL QUALE RICHIEDETE LA BONIFICA DELLE CAVE? SE SIAMO TUTTI CONTRO LA DISCARICA, DOVREBBE ESSERE UNA LOGICA CONSEGUENZA.

OPPURE, VISTO I DECRETI PRO-CAMPANIA, QUALCUNO CHE NON CONOSCIAMO STA FIUTANDO L’AFFARE DI RIEMPIRE DI RIFIUTI CAMPANI LE CAVE DI CAMPOREALE?

INOLTRE ABBIAMO SAPUTO DAI GIORNALI CHE LA DISCARICA DI AUGUSTA NON ACCOGLIERA’ I RIFIUTI DI PACHINO A CAUSA DEI DEBITI CONTRATTI DAL COMUNE,SE ENTRO DUE GIORNI DAL 4 AGOSTO NON VERRA’ PAGATO UN MILIONE DI EURO. COSA SIGNIFICA QUESTO? CHE FINE HANNO FATTO LE TASSE SUI RIFIUTI PAGATE DALLA CITTADINANZA? SI VUOLE CREARE UN’EMERGENZA PER CONVINCERE LA GENTE DELLA NECESSITA’ DELLA DISCARICA DI CAMPOREALE?

IL SINDACO HA CHIESTO ALLA ECOINERTI LA BONIFICA. PERO’ CI SEMBRA ANCORA TROPPO POCO. CHI DOVREBBE COSTRINGERE LA ECOINERTI A BONIFICARE LA ZONE? LE PAROLE DEL SINDACO? OPPURE I FATTI?

VOGLIAMO ANCHE DIRE ALLE ASSOCIAZIONI DEI COMMERCIANTI DI MARZAMEMI E AL CONSORZIO IGP DI MUOVERSI. CON UNA DISCARICA PERDETE TUTTO. NON DOVRESTE STARE A GUARDARE!

ATTENDIAMO CHE LOR SIGNORI POLITICI ABBIANO FINALMENTE VOGLIA DI BATTERSI PER IL TERRITORIO.

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Abbiamo inoltrato al protocollo del Sindaco la richiesta di un sollecito presso la Eco Inerti affinchè bonificassero le cave di Camporeale. Come già annunciato da un nostro volantino rivolto alla “politica” locale.

La novità odierna sta nel fatto che in Via Cavour si accorgono che le cave rappresentano una criticità: il Sindaco Bonaiuto fa sue le osservazioni del Comitato per la Tutela Territoriale di Pachino e a sua volta indirizza una lettera alla Eco Inerti e alla Regione.

Siamo soddisfatti di questo risultato, ma vigliremo su quanto accadrà da qui in avanti.

Il prossimo banco di prova sarà l’operazione “Mare Pulito”. Chiediamo con questa iniziativa alcune misure per rendere possibile un minimo di fruibilità pubblica del litorale pachinese.

Ci attendiamo che i pachinesi CON LE SCHIENE DRITTE ci diano manforte.

Ricordiamo che siamo contattabili via mail all’indirizzo nodiscaricapachino@gmail.com o sul gruppo Facebook

Vi aspettiamo

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Ci troviamo perfettamente d’accordo con la Proposta di Legambiente Italia circa il recupero ambientale delle cave. Stiamo riproducendo il rapporto cave 2011 da pag 45 a pagi 51 (“Le buone pratiche”).

Su queste basi siamo DISPONIBILI A QUALSIASI CONFRONTO anche col Locale circolo.

Due sono i temi a cui guardare rispetto alle buone pratiche nel settore: il recupero di aree cava abbandonate e l’innovazione prodotta attraverso il riutilizzo di inerti provenienti dall’edilizia.
Il recupero di aree dismesse per usi ricreativi, turistici e naturalistici sta diventando una pratica diffusa in molte realtà, sia attraverso un intervento degli stessi cavatori che da parte di pubbliche amministrazioni in aree dimesse e abbandonate.
Nel caso di una cava in un’area pianeggiante, l’area escavata può essere riempita in parte con lo stesso terreno vegetale in precedenza asportato e ricoperta con humus agricolo o trasformata in lago. Nel caso di una cava impiantata sul pendio di un monte, il restauro ambientale risulta più complesso e delicato dato l’impatto che quasi sempre questi interventi esercitano sull’ambiente e il paesaggio circostante. L’esigenza principale è quella di reinserire l’area coltivata nel paesaggio circostante e nello stesso tempo assicurare la stabilità del pendio su cui si è operato.
Il progetto SARMa
La Regione Emilia-Romagna, unitamente alle Province ed in particolare a quella di Parma, si è resa protagonista dello sviluppo del progetto Europeo SARMa (acronimo di Sustainable Aggregates Resource Management). Il progetto, finanziato dall’Unione Europea, è nato con l’obiettivo di promuovere la gestione sostenibile delle risorse inerti mediante il contrasto alle illegalità, la riduzione degli impatti ambientali ed una futura armonizzazione della normativa tra gli Stati europei. La Provincia di Parma è stata coinvolta in tutte le fasi del progetto, che prevedeva una fase di informazione, la realizzazione di una guida sulle tematiche affrontate, ma soprattutto la messa in pratica di tecniche innovative per il recupero delle aree di cava abbandonate (tra cui le aree golenali del fiume Po) e lo sviluppo di sistemi per il riciclo del materiale inerte.
Tra le decine di aree recuperate in tutta la Regione, disseminate in tutte le province, spicca la zona di Collecchio (PR). In particolare un’area estrattiva, quella di Madregolo situata ai margini del torrente Taro, ha visto nel corso degli ultimi anni una evoluzione, passando dalla tradizionale attività di cava alla localizzazione di uno dei principali siti regionali in cui vengono riciclati i materiali inerti. Quando è terminata l’attività estrattiva, nel corso del 2008, sono rimasti nel sito gli impianti per il trattamento delle rocce cavate che, con l’acquisto di materiale da altre cave, sono successivamente stati riattivati per la produzione di aggregati da utilizzare nelle operazioni di manutenzione di strade ed autostrade. I risultati anche in questo caso sono estremamente positivi, grazie alla produzione annuale di 25.000 tonnellate di aggregati riciclati e circa 32.000 tonnellate di asfalto riciclato.
Un’altra riuscita esperienza, che riguarda il recupero di aree dismesse, è quella della ex cava di gesso nel Comune di Brisighella (RA). La cava di Monticino vede l’inizio dell’attività estrattiva già nel 1920 e verso la metà degli anni ’80 si sono succedute notevoli scoperte scientifiche (in particolare di fossili di 40 specie di mammiferi). Grazie a questi reperti nel 1988 venne evidenziata a livello internazionale l’importanza del sito e successivamente venne proposta la realizzazione di un parco-museo all’interno dell’area estrattiva, che però ha visto il termine dell’attività di cava nel 1990. Il progetto definitivo, concordato tra Regione e Comune, ha visto la luce nel 2006 ed è diventato uno dei più importanti musei geologici all’aperto d’Italia.
Tra le cave di pianura è interessante evidenziare il caso di Bondeno (FE). In questo Comune l’estrazione di materiale sabbioso iniziò nel 1984 con un’area interessata di oltre 100 ettari. Mentre l’attività estrattiva è ancora in corso viene contestualmente recuperata una parte adibita a zona ricreativa (spiaggia, esposizioni d’arte) mentre in altre porzioni del sito sono state ricreati gli habitat naturali con penisole ed isolotti che hanno favorito il ritorno della flora spontanea e della fauna.

Il premio europeo in Piemonte
L’Associazione Europea che riunisce i Produttori di Aggregati, UEPG, annualmente premia le migliori pratiche del settore, a testimoniare quanto può essere fatto di positivo anche in un’attività per definizione impattante per il territorio. In particolare sono le opere di ripristino a vedere grandi opportunità di miglioramento delle aree in precedenza utilizzate per l’estrazione. E’ il caso del progetto delle Cave Germaire tra i Comuni di Carignano e Carmagnola (TO) vincitore del premio 2010. Questo sito, che ricade all’interno del Parco del Po Torinese, ha visto l’inizio delle attività estrattive nel 1985 in un piccolo lago già in precedenza sfruttato per la presenza di ghiaie alluvionali. Nel 2000 una convenzione tra la Società concessionaria, la Regione Piemonte, i Comuni e l’Ente di gestione del Parco del Po porta ad avviare un progetto definitivo, della durata di 20 anni, per un volume complessivo di circa 8 milioni di metri cubi estraibili. La parte significativa riguarda il meccanismo di compensazione integrata all’interno di un programma di coltivazione delle aree estrattive di ghiaia e sabbia che il Parco ha inserito in un più vasto programma di valorizzazione del territorio legato al marchio turistico Po Confluenze Nord Ovest, all’interno del quale si svolge anche una specifica azione di riqualificazione dell’area che è stata denominata “Il Po dei Laghi”. Tra le principali opere di riconversione ambientale vi è quella della salvaguardia della limitrofa Lanca di San Michele, un’area originatasi nel 1977 a seguito di un salto di meandro da parte del Po e che ad oggi mostra un particolare ecosistema dove trovano rifugio molte specie di uccelli, favoriti da una ricca e tipica vegetazione palustre, che annovera canne, ontani, salici e pioppi neri.
Il fotovoltaico nelle ex-cave
Un altro utilizzo molto importante, per i benefici ambientali che porta, di ex aree estrattive è quello dell’inserimento di parchi fotovoltaici. Uno dei più recenti è quello realizzato a Montechiarugolo (PR) e fortemente voluto dall’Amministrazione Comunale per rivalutare l’area dell’ex Cava Ca’ Tripoli. La realizzazione del parco fotovoltaico, iniziata nell’autunno 2010, ha visto un costo di oltre 7 milioni di euro finanziato per 400mila euro dalla Regione Emilia-Romagna, 46mila euro dal Comune e per la parte restante tramite un leasing in costruendo, i cui canoni decorreranno dal completamento della struttura. I pannelli fotovoltaici, con una potenza installata complessiva di 1,8

MW, consentono di superare la quota di 500 Tep di risparmio energetico annuo e di ricavare dal sole il 130% dell’energia elettrica consumata dal Comune.

Ancora diverso è il caso di recupero dell’ex cava Buscada nel Comune di Erto e Casso in Provincia di Pordenone. Inaugurata nel Luglio 2010 la zona, che fino al 1994 vedeva l’estrazione ed il taglio di blocchi di marmo, è stata trasformata in area turistica. La cava è stata recuperata dalla famiglia di con il contributo della Regione ed è stata adibita a rifugio escursionistico con 21 posti letto e percorsi d’interesse archeologico e geopaleontologico.
Le operazioni di bonifica hanno previsto la ripulitura di antri e piazzali, lasciando però intatti gli ultimi blocchi tagliati dai minatori nel 1994, ultimo anno di attività della cava, e mai portati fino a valle. In realtà il recupero è stato poco invasivo e fatto in modo da evitare di spersonalizzare la cava: i locali hanno infatti mantenuto la loro destinazione d’uso ma sono stati messi in sicurezza. La presenza di percorsi museali è stata individuata non da cartelli ma da più discreti indicatori di dimensioni contenute e apposti sui blocchi di marmo rimasti abbandonati.

Il Parco delle Cave a Milano
La zona ovest di Milano era, dagli anni Venti agli anni Sessanta del secolo scorso, occupata da cave di sabbia e ghiaia che furono poi abbandonate a uno stato di degrado. Nel 1986 è nata l’idea della creazione di un progetto di parco peri-urbano e si è costituito il Comitato di Salvaguardia del Parco, che ha intrapreso diverse azioni per assicurare la fruibilità dell’area, per presidiare il territorio e per coinvolgere gli abitanti della zona. In particolare ha organizzato giornate di pulizia, di piantumazione e di festa rivolte ai cittadini, alle scuole, alle altre associazioni ed ai comitati di quartiere. Il risultato è stato la rinascita del Parco delle Cave come luogo di svago restituito alla città ed attualmente tale parco comprende quattro laghi, boschi, corsi d’acqua, orti urbani, un’area agricola e antiche cascine.

Tra le buone pratiche da segnalare l’altro grande tema è quello del riciclo degli inerti.

Un esempio concreto di quanto l’innovazione del settore può portare ad un vero sviluppo sostenibile, accompagnato dalla crescita occupazionale, è quello dell’azienda veneta Eco.Men., del Gruppo Me.Fin.. L’inizio dell’attività risale agli inizi degli anni ’50, e la conoscenza del territorio e dei suoi materiali, del mercato e delle sue esigenze fa evolvere l’attività indirizzandola verso la produzione di calcestruzzo e alla gestione dei trasporti, fino al recupero di materiali inerti e alla loro riqualificazione.
L’azienda ha iniziato il suo percorso proprio dalla formazione per addetti del settore privato e pubblico sul recupero materiali inerti, organizzando convegni con le Università di Padova e Udine sulle potenzialità dei materiali riciclati e svolgendo attività associativa in Veneto per la diffusione delle corrette pratiche per l’utilizzo di questi materiali.

L’unità Eco.Men. di Carmignano di Brenta (PD) è dotata di un impianto per la riqualificazione di rifiuti. L’attività, che prevede il riutilizzo di diversi tipi rifiuti inerti (tra i quali materiali da costruzione e demolizione, scorie di acciaieria, sabbie di fonderia), è autorizzata al trattamento di 730.000 tonnellate all’anno di rifiuti e garantisce il proprio prodotto finito da una serie di procedure di controllo aziendali e ambientali che permettono il monitoraggio costante del materiale in impianto. Questi materiali, che derivano dal recupero di rifiuti inerti, devono infatti necessariamente passare attraverso un processo di recupero debitamente autorizzato.
Per quanto concerne l’ambito di gestione dei rifiuti vengono effettuate verifiche a monte (che comprendono la classificazione del rifiuto come non pericoloso e non tossico, in funzione dell’autorizzazione dell’impianto) e verifiche a valle del processo di recupero condotte per accertare la rispondenza dei parametri delle analisi rispetto all’autorizzazione.
Tra gli esempi più importanti in cui sono stati utilizzati i materiali riciclati ci sono alcune infrastrutture stradali come il Passante di Mestre, la Variante della SS 246 a Montecchio Maggiore, la Tangenziale di Limena (PD) e l’Interporto di Padova.
Uno degli esempi più curiosi è quello relativo alla storia della nascita della Tangenziale di Limena. Tutti i materiali utilizzati per realizzare il sottofondo di questa infrastruttura, completata nel 2004, sono stati ricavati dalla demolizione dell’ex mangimificio “Sole” di Cittadella (PD), edificio che era in disuso dal 1990. I 4.000 metri cubi di macerie ottenuti, pari a 5.500 tonnellate di cotto e calcestruzzo, sono stati lavorati per ottenere uno stabilizzato granulometrico ottimale, il che ha permesso di non avvalersi di materiale altrimenti estratti in natura ed evitare inoltre l’inutile sfruttamento di discariche.
Uno dei prodotti più importanti di questa azienda, soprattutto per le sue applicazioni, è denominato Econcrete, che deriva dal recupero di rifiuti di lavorazioni industriali e di materiali da demolizione e costruzione limitando così l’utilizzo e l’estrazione di materiale naturale dalle cave. Nel caso del Passante di Mestre l’utilizzo di Econcrete ha garantito un risparmio di materiale naturale del 71%, una riduzione delle deformazioni del materiale sottoposto a sollecitazioni veicolari variabile dal 10 al 37%, un aumento della vita utile della strada pari a 88% e un sensibile abbattimento dei costi complessivi dell’opera.
I dati che riguardano il Passante di Mestre parlano chiaro: il calcolo del volume del materiale da cava risparmiato è di circa 320.000 m3, corrispondente alla produzione annuale di una cava di medie dimensioni. Ad affiancarsi a questo già enorme beneficio ambientale ci sono i viaggi di camion per il trasporto del materiale che sono stati quindi evitati, circa 40.000, come se per un intero giorno non circolasse nel Passante di Mestre alcun mezzo e di conseguenza un deciso risparmio di emissioni di CO2 ottenuto dalla minor quantità di energia elettrica per l’estrazione e la lavorazione di materiale inerte, dal minor utilizzo di conglomerato bituminoso e dal minor numero di viaggi di trasporto effettuati, e che corrisponde a circa 11.400 tonnellate di CO2.

ORA BASTA!!!

IL COMITATO HA DECISO DI NON STARSENE ZITTO, COME SUA ABITUDINE. CI CHIEDIAMO SE C’E’ L’INTENZIONE MINIMA DI BONIFICARE LA CAVA DISMESSA CHE DOVEVA OSPITARE (E CHE SPERIAMO NON OSPITERA’ MAI) LA DISCARICA. E’ SEMPLICE: SE NON SI PIANTANO ALBERI O SI CREANO SPAZI VERDI ALL’INTERNO DELLA CAVA, UNA DISCARICA POTREBBE ESSERE COSTRUITA IN MEN CHE NON SI DICA!

CHIEDIAMO ALLORA A QUESTI POLITICI (PER MODO DI DIRE) PRESENTI O MENO IN CONSIGLIO COMUNALE, DI DIRE CHE INTENZIONI HANNO RIGUARDO LA CAVA : DI BONIFICARE O ADIBIRE A DISCARICA? SIGNORI DOVETE ASSUMERVI LA RESPONSABILITA’ DI FRONTE AI VOSTRI ELETTORI; PROPRIO VOI CHE CIANCIATE DI LEGALITA’, ETICA PUBBLICA, TURISMO DI QUALITA’ E DI BELLE DISCUSSIONI INCENTRATE SUL NULLA. LA CAVA DEVE ESSERE BONIFICATA. PUNTO!

CHIEDIAMO AL PD, PDL, FDS, SEL, MPA, RINASCITA, FLI, UDC, PiD E RELATIVE COMPAGINI GIOVANILI E ANCHE AI CONSIGLIERI INDIPENDENTI, ED INFINE AL CIRCOLO LEGAMBIENTE PACHINO DI RISPONDERE A NOI E ALLA CITTADINANZA. IL TEMPO DELLE TRAME OSCURE E’ FINITO!

INOLTRE CHIEDIAMO A TUTTI I PROPRIETARI DELLA CAVA DI FARSI AVANTI ESPRIMENDO LE LORO CONSIDERAZIONI SULLA VICENDA IN QUESTIONE (SEMPRE SE NE HANNO IL CORAGGIO). IN PARTICOLARE CI CHIEDIAMO PERCHE’, NONOSTANTE LA CAVA OGGETTO DEL PROGETTO DELLA DISCARICA E’ STATA DICHIARATA DISMESSA DA ANNI, I PROPRIETARI NON HANNO ATTUATO NESSUNA BONIFICA. SI ATTENDE PER CASO LA DISCARICA?

SIGNORI, BENVENUTI NELL’ERA DELLA LEGALITA!

IL COMITATO PER LA TUTELA TERRITORIALE DI PACHINO “I 300”

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Il 21 luglio, su questo blog appariva un articolo du un’intervista rilasciata dal comitato 300 al depuratore di Pachino riguardante lo scarso funzionamento degli impianti fognari.

Nell’articolo mettevamo in risalto la mancata pubblicazione di un articolo riguardante la nostra visita. In realtà l’articolo è stato pubblicato domenica 10 luglio.

Vogliamo chiedere umilmente scusa ai nostri sostenitori e soprattutto ai cronisti di Pachino per la NOSTRA CLAMOROSA E INACCETTABILE SVISTA.

Quando commettiamo questi errori è sempre in buona fede. Speriamo che il rapporto con la categoria possa proseguire in maniera leale e sincera.

Da parte nostra ci sarà sicuramente più attenzione e cautela.

Sentite scuse.

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Questa lettera vuole essere una risposta CONCRETA a chi in modo interessato, ci dipinge come “contestatori” e “qualunquisti”. Non avendo avuto visione o notizia alcuna circa proposte concrete per le questioni ambientali di questo comprensorio, con la presente cerchiamo di stimolare le istituzioni e le crepuscolari forze politiche su rimedi attuabili nel breve e nel lungo periodo.

Uno dei problemi, se non la madre di tutti i problemi riguardo la tematica della tutela ambientale, è il proliferare di DISCARICHE ABUSIVE contenti materiali che attentano non solo alla sanità pubblica ma anche agli innumerevoli insediamenti produttivi. Ricordiamo che Pachino è territorio IGP. La proposta che avanziamo deriva da alcune constatazioni di ordine economico. Per smaltire, ad esempio, un recipiente di cemento-amianto una famiglia spende all’incirca 800-1000 euro. Altrove, dove la civiltà ha trovato un luogo dove operare, mediante LA COSTRUZIONE DI ISOLE ECOLOGICHE, l’ente comune ha preso in carico lo smaltimento di questi rifiuti (che causano il terribile e senza cura mesotelioma pleurico). L’alternativa a questa gestione è sotto gli occhi di qualsiasi pachinese: se andate a dare un’occhiata sopra la vecchia stazione presso la Ex COMEA lungo la strada per Morghella vedrete stazionare lastre di eternit spezzate che disperdono asbesto (principale causa del mesotelioma pleurico). Non si può demandare al privato cittadino la salute del comprensorio. Quindi che l’ente comune si faccia carico di risolvere la questione con le strutture che suggeriamo. Lo stesso vale per tutti quei rifiuti per cui lo smaltimento richiede un esborso economico che non permette un corretto smaltimento, ma un abbandono pericoloso e INCIVILE per il quale il costo pagheremo in termini di costi sociali sia per smaltire i rifiuti sia in termini di prestazioni sanitarie ed ospedaliere.

Parlando di scelte lungimiranti che non sono di casa per questa classe politica, occorre focalizzare un punto preciso: l’implementazione di un ciclo industriale dei rifiuti. Il che non vuol dire parlare genericamente di differenziata ma dotarsi di una serie di infrastrutture e di una organizzazione efficiente. In primis, l’unica raccolta differenziata che da risultati e che “costringe” l’utente a conferire è la cosiddetta raccolta porta a porta. I cassonetti sono il PASSATO. Qualora l’utente abiti in periferia o in zone distanti dal centro abitato, dovrebbe conferire obbligatoriamente nelle ISOLE ECOLOGICHE dove verrà educato dagli operatori e dove verrà costretto a separare i vari materiali.

Tutto questo non può prescindere da due cose: un centro di compostaggio per la frazione umida ed un impianto che ricicli scientemente la frazione secca. Troppo spesso si parla a cuor leggero di inceneritori. Un inceneritore ha un costo di circa 150-200 milioni di euro e necessita di un centro di produzione per CDR (Combustibile da Rifiuti) che genera un altro costo aggiuntivo (tutti pensano che i sacchetti vengano bruciati con di tutto di più all’interno ma non è così!). In più la cenere prodotta dall’incenerizione è da considerarsi RIFIUTO SPECIALE POICHE’ RICCA DI DIOSSINE E DI POLVERI NANO-KILLER CHE NON POSSONO ESSERE PER SUA NATURA FILTRATE. Checché ne dica Vendola, l’inceneritore NON E’ IL FUTURO BENSI’ IL PASSATO. C’è da aggiungere che il territorio non può prevedere una discarica di rifiuti speciali in quanto territorio IGP. Inoltre questo sistema produce uno smaltimento complessivo del 60%. PERCIO’ IL COMITATO INDIVIDUA IL FUTURO NEGLI IMPIANTI DI TRATTAMENTO A FREDDO.

In cosa consistono? Consistono nella possibilità di riciclare il 97% dei rifiuti a fronte di un investimento di circa 5 milioni di euro(il costo della discarica dei veleni), con la possibilità di non pagare la TARSU. Laddove è stato utilizzato un sistema di smaltimento del genere (VEDELAGO, PROVINCIA DI TREVISO) si hanno avute positive ricadute sul territorio. Infatti l’impianto rilascia come prodotto finito MATERIA PRIMA SECONDARIA che altro non è che l’ingrediente base della produzione di plastiche da rivestimento per panchine, pavimentazioni e manufatti ad alto potenziale tecnologico.

L’azienda che costruisce l’impianto a fronte della raccolta differenziata NON PRETENDE BALZELLI E TASSE DAI CITTADINI, poiché rivende non solo la materia prima secondaria ma anche tutta la frazione secca che riesce a riciclare. Questo eviterebbe discariche che debbano fare i conti col biogas e il percolato. Su un kg di rifiuti la frazione che va in discarica è TRENTA GRAMMI!

Positiva è anche la ricaduta in termini di indotto, visto che altre aziende aprirebbero a seguito dell’apertura di un centro del genere, senza contare che si implementerebbe un ciclo della plastica che non RICHIEDEREBBE LA COSTANTE RAFFINAZIONE DI PETROLIO.

Speriamo che qualcuno si informi e apra ove possibile (E PRIMA DELLE ELEZIONI E NON DURANTE) un’interlocuzione col COMITATO e se interessati al Trattamento a freddo con la dottoressa Carla Poli, direttrice e fautrice del centro riciclo VEDELAGO che sta aprendo sia in Sardegna che nei pressi di Roma altri stabilimenti del genere.

Noi la nostra parte la facciamo in termini di critica e di proposta.

Ci aspettiamo (ma in effetti mica tanto) che il solito chiacchiericcio e la “tuttologia” ignorante degli amministratori ceda il passo ad una sete di conoscenza e ad un rapporto di vicinanza con quella parte di cittadini che si interessa e si interroga sul proprio futuro di cui la problematica rifiuti è parte fondamentale.

CHE NE PENSATE DEL CENTRO DI VEDELAGO COME SOLUZIONE AL PROBLEMA DELLO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI: VOTATE IL NOSTRO SONDAGGIO

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Successivamente alla conferenza dei servizi del 29 giugno 2011, che ha visto FINALMENTE la formulazione di un parere NEGATIVO del Comune di Pachino anche in virtù delle osservazione del Comitato, ci sorgono dubbia sull’ effettivo impegno che alcuni attori politici hanno messo nella vicenda discarica.

Francamente non comprendiamo il ruolo che ha assunto l’ex partito del Sindaco FORZA DEL SUD. Per cui chiediamo conto agli esponenti locali del loro operato che ci risulta prossimo al nulla in materia di discarica.

In particolare chiediamo al consigliere provinciale Nino Iacono, se era all’oscuro della vicenda. E’ assodato che sapeva della questione l’assessore provinciale Peppe Poidomani. Come mai si è taciuto fino ad ora?

E una volta portata alla luce la questione, quali sono state o sono le iniziative portate avanti dagli arancioni? Per caso qualche fantomatica barricata alla Blundo?

E perchè erano presenti altri esponenti politici a Palermo in sede di conferenza dei servizi e non il vostro partito?

Attendiamo risposte attraverso comunicato stampa